Il ruolo delle prime esperienze infantili di accudimento

Nel 1951 John Bowlby, psicanalista britannico, presentò all’OMS una relazione sulle cure materne e la salute mentale del bambino in cui definiva la correlazione che esiste tra questi due elementi, partendo dalle sue osservazioni sul comportamento infantile, in qualità di volontario presso una struttura per bambini con storie di grave deprivazione affettiva. La teoria di Bowlby è diventata nel tempo la base di partenza per i successivi studi sulla relazione madre-bambino ed è nota con il nome di Teoria dell’Attaccamento. La teoria supportata negli anni da numerosi studi e sempre maggiori ricerche scientifiche in merito ha permesso di mettere in luce che il legame affettivo, che si struttura tra il bambino e il caregiver (cioè le figura principale che si prendono cura del bambino), è essenzialmente una predisposizione biologica primaria, non mediata solo dal mero soddisfacimento di bisogni fisici (es. la nutrizione), che il bambino sollecita e mantiene mediante un sistema motivazionale innato denominato sistema di attaccamento , questo sistema è presente in molte specie animali e aumenta le probabilità di sopravvivenza del bambino in un periodo in cui la sua autonomia è praticamente inesistente e del tutto dipendente dal caregiver.   Quali sono le caratteristiche dei genitori che favoriscono un adeguato attaccamento? La principale funzione dei genitori è infatti quella di fornire ai figli una base sicura in grado di indurre sicurezza e coraggio, affinché possano esplorare il mondo esterno (cioè fare esperienze), nella certezza di ritrovare nei momenti di difficoltà, persone affidabili, disponibili ad ascoltarli, rassicurarli e confortarli I genitori perfetti non esistono, ma sappiamo che possiamo considerare dei buoni genitori in termini di sviluppo affettivo coloro i quali hanno risorse sufficienti per affrontare le avversità e regolare le emozioni negative in modo adattivo, essendo in grado di chiedere aiuto se ne hanno bisogno.

Quando lo fanno, inoltre, non sentono mai che questa richiesta di aiuto li rende genitori peggiori e non mina la loro autostima. Strettamente connesso con il ruolo di accudimento del genitore vi è la funzione di mentalizzazione (o funzione riflessiva), che consiste essenzialmente nell’aiutare i bambini a trovare una via di comunicazione fra emozioni, pensieri e comportamenti, in modo da favorire lo sviluppo della loro capacità e quindi a riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri, rispondendovi in modo adeguato. Queste funzioni sono fondamentali quando una persona deve relazionarsi con gli altri, in quanto molto spesso i conflitti e gli stati di sofferenza emotiva nascono dall’errata comprensione di cosa l’altro voleva realmente comunicare, o dalla capacità di comprendere l’impatto del nostri comportamenti su gli altri.  Dalla nascita fino all’adolescenza, i bambini costruiscono il loro sistema comportamentale, mediante i modelli operativi interni, che si potenziano durante l’età adulta, sulla base dei processi di ricostruzione delle memorie e delle esperienze affettive vissute con le loro principali figure di attaccamento. Ciò significa che durante la crescita, il bambino, alle sue caratteristiche personali e temperamentali, aggiunge il patrimonio di sicurezza affettiva ed emotiva che ha ricevuto dalla sua famiglia. Questo patrimonio, influirà sulla formazione delle sue future relazioni affettive.
 
 
 
Da dove viene il senso di sé di amabilità /non amabilità? La qualità delle risposte che il bambino riceve dal caregiver, determinano i modelli operativi interni(MOI), una sorta di mappa formata da una rappresentazione mentale che il soggetto ha della realtà esterna , di sé e degli assunti su come funzionano le relazioni interpersonali, questi schemi interni si formano sulla base delle ripetute interazioni tra caregiver-bambino, che consentono a quest’ultimo di acquisire le aspettative di prevedibilità del comportamento altrui e quindi di poter pianificare il proprio comportamento. Oggi grazie al contributo delle neuroscienze sappiamo che la qualità delle relazioni che il bambino sperimenta durante i primi anni di vita, modellano le strutture neuronali del cervello. Bowlby ha ipotizzato che, in relazione a condizioni di accudimento negative, un individuo possa sviluppare MOI disfunzionali, in particolare, MOI “scissi”, in cui una parte delle informazioni provenienti dalle esperienze di attaccamento devono essere escluse dalla consapevolezza. Ad esempio, è spesso utile o necessario per un bambino eliminare dalla consapevolezza la rappresentazione negativa di un genitore maltrattante, in quanto è adattivamente ed evolutivamente più efficace pensare che il genitore sia buono e si comporti duramente per punire un bambino non amabile.

Poiché generalmente non è in grado di trovare una risposta, gradualmente inizia a nascondere il suo desiderio di essere amato e sostenuto. Il bambino (e successivamente l’adulto), diventa così timoroso e incapace di creare un nuovo solido legame di attaccamento (o una relazione), per il timore di subire un ulteriore rifiuto e rivivere ancora l’angoscia e la rabbia che inevitabilmente è associata a questo tipo di delusione. Qual è il ruolo dell’affido familiare nelle esperienze infantili di accudimento? Una metafora esplicativa di come certe deprivazioni affettive o traumi psicologici influenzino il resto della nostra vita l’ha fornita Ferenczi, psicanalista ungherese: “In una stanza in cui è accesa solo una candela, basta una mano davanti alla sorgente luminosa per oscurare metà locale. La stessa cosa accade con il bambino: se gli arrecate il benché minimo danno quando la sua vita è ancora agli inizi, ciò potrà proiettare in lui un’ombra su tutto il resto della sua vita”.

L’istituzione dell’affido offre l‘opportunità dell‘inserimento in una famiglia affidataria in grado di fornire adeguate cure affettive e sostegno emotivo, ponendosi in questo senso come unità riparativa e di prevenzione per questi bambini. Anche se fisicamente ben accuditi nelle comunità, non è infrequente trovare un unico tutore per molti bimbi, e questo rende difficile accudirli emotivamente con l’impegno di cui avrebbero bisogno. Bambini che hanno sperimentato esperienze di istituzionalizzazione presso comunità, di deprivazione affettiva o trauma psicologico in età infantile, possa elicitare comportamenti disfunzionali e spesso difficili da gestire. A causa di ciò, si osservano differenze nello sviluppo dell’attaccamento tra i bambini affidati nei primi anni di vita rispetto a quelli che vengono affidati in età più avanzate.
 
Dr.ssa Luana Maria Jaselli (psicologa-psicoterapeuta)
Bibliografia: Bowlby J. (1983) Attaccamento e perdita, vol. 3: La perdita della madre, Bollati Boringhieri, Torino. Bowlby J. (1988), Una base sicura, Cortina editore, Milano.
Verardo A. (2016), Attaccamento traumatico. Il ritorno alla sicurezza. Il contributo dell'EMDR nei traumi dell'attaccamento in età evolutiva. Giovanni Fioriti editore, Roma.


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